Chi si prende cura degli insegnanti
Chi si è preso cura di me mentre mi prendevo cura dei miei alunni?
Chi ha ascoltato la mia fatica quotidiana, silenziosa ma continua, che spesso non trova né spazio né tempo per essere nominata?
Abito la scuola da tanti anni.
Ho scelto questo termine perché considero la scuola la mia seconda casa, o forse anche la prima. La riconoscerei ad occhi chiusi: dagli odori degli oggetti di cancelleria, dai rumori forti e continui che riempiono i corridoi, dalle pareti ricche di segni di vita che è passata lasciando tracce indelebili, a volte rassicuranti.
Per anni mi sono vista entrare felice, appassionata e visionaria, con lo sguardo vivo e affamato di relazioni, di fiducia, di desiderio di dare speranza attraverso la formazione ai nostri alunni.
E poi inizia il poi.
Chi si è preso cura di me mentre mi prendevo cura dei miei alunni?
Chi ha ascoltato la mia fatica quotidiana, silenziosa ma continua, che spesso non trova né spazio né tempo per essere nominata?
Noi insegnanti ci prendiamo cura dei nostri studenti, ma chi si prende cura di noi che ogni giorno entriamo in classe portando con noi lezioni sempre nuove, responsabilità, aspettative e tutte quelle emozioni che gravitano intorno al nostro lavoro?
Ci incontriamo tra colleghi all’ingresso, nei corridoi, e spesso riconosciamo negli sguardi degli altri la stessa stanchezza, a volte lo stesso senso di sconfitta.
Insegnare non è solo trasmettere contenuti: è stare continuamente in relazione.
Con gli alunni, con le famiglie, con la dirigenza, con la società. Tutto questo affatica, stanca, mette a dura prova. Le relazioni richiedono presenza, equilibrio, capacità di contenere conflitti, frustrazioni, paure.
Eppure, l’aspettativa sociale è che l’insegnante non possa lamentarsi, non possa essere stanco o provato, e sappia sempre come e cosa fare.
La stanchezza degli insegnanti raramente esplode. Più spesso si accumula, lentamente e inesorabilmente. Si manifesta con irritabilità, con senso di inefficacia, con perdita di motivazione, fino a sentirsi soli e incapaci di continuare. È una strada che spesso conduce verso il burnout, senza che ci si renda davvero conto di quando la si è intrapresa.
E allora mi chiedo: quando arriverà il momento di prendersi cura degli insegnanti, di chi sceglie un ruolo emotivamente impegnativo che avrebbe bisogno di spazi di parola e di riflessione, capaci di accompagnare, sostenere e dare senso all’agire professionale?
Perché non costruire uno spazio di parola guidato, uno spazio di riflessione come forma di prevenzione?
Uno spazio in cui legittimare la fatica, ridurre l’isolamento, rafforzare il senso del ruolo e condividere l’esperienza, senza giudizio e senza risposte immediate.
Occuparsi del benessere degli insegnanti non è un lusso, ma una responsabilità educativa. Una responsabilità che impatta sulle relazioni, sulla prevenzione del disagio e sui processi educativi nel loro insieme. Se nessuno, in questo momento storico, si prende cura degli insegnanti, forse possiamo iniziare a farlo noi. Insieme.
Questo spazio nasce per dare voce a questa domanda e per immaginare, insieme, modi possibili di prendersi cura di chi educa.
Se sei arrivato o arrivata fin qui, forse è già un inizio.